Regressione e progressione

Se mi stendo tossisco e a ogni colpo di tosse corrisponde una convulsione del corpo, ormai in autogestione.
Il letto è un misto tra fazzoletti e romanzi, il cuscino è ora troppo soffice, ora troppo rigido.
Vorrei articolare qualche suono, ma le corde vocali sono come sigillate e i polmoni sono in grado appena di sfiatare come una zampogna rotta.
A ogni mio sforzo nel respiro segue una risposta asmatica.
Da giorni sono ferma, quasi immobile, eppure mi sento stremata.
Stremata come quella volta che sono arrivata su in vetta dopo tanto scalare, ma invano cerco in me un panorama mozzafiato, un cielo turchese, un rifugio in cui trovare ristoro.
Sento una forte pressione nella testa dall’interno verso l’esterno: ecco, qui dentro, nella mia fronte, in corrispondenza dello spazio tra gli occhi. Il mio terzo occhio è bloccato, pensieri troppo cupi fanno eco nella mia scatola cranica vuota d’altro.
Mi sento imprigionata in questo corpo disobbediente che mi comanda.
Io sono stufa! Stufa degli antibiotici, dell’aerosol, delle pozioni erboristiche, stufa delle notti stanche, dei giorni lenti!
Mi sento priva di ogni autonomia, come in un grembo materno, ma non appagata, non protetta.

Tu, invece, sornione, mi porgi una cioccolata fumante corretta con grappa e, facendoti beffa della mia mania di respingere l’alcool, mi doni la prima notte di sonno profondo dopo tante in bianco, rendendomi nuovamente presente ai miei giorni.

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Quello che i libri non dicono

Alle medie mi fu segnato come errato un disegno dal tema “Il tramonto” in cui avevo rappresentato il sole a destra del foglio e a nulla servì spiegare che avessi visto quel tramonto meraviglioso correndo in bici con mio fratello lungo la stradina di casa e che il sole, ero sicura, fosse alla mia destra: per la scuola l’inquadratura del disegno sarebbe dovuta essere standard e non si ammettevano eccezioni…
A scuola contavano nozioni, tabelline, teoremi…
Sui libri di scuola non risultavano gazze da imboccare con un dito o una “paperella” con il bavaglino e con cui condividere yogurt o sottilette…
Sui testi di scuola gli uccellini erano sempre in un nido, nutriti dalle mamme che svolazzavano sopra e le paperelle erano indicate come “oche” o “anatre” e non indossavano nessun abbigliamento umano…
Sul libro di storia non c’era traccia delle battaglie che combattevo ogni stagione contro la natura e nelle lezioni di primo soccorso non insegnavano a tirar le foglie per soccorrere le formiche in fuga dai formicai inondati dai miei fratelli dispettosi…
In nessun testo di scienze trovai mai affermata la possibilità che le api potessero essere allevate in un cassetto e anzi ovunque si sottolineava quanto potesse essere pericolosa la puntura di un’ape…
Io invece sapevo per certo che diversi alveari scaraventati a terra dal vento impertinente erano da me periodicamente spostati a mani nude sul pavimento vicino al pozzo rivestito di marmo e così liberati dalle formiche, che disorientate se ne allontanavano senza nulla pretendere…
Io sapevo anche che questi alveari potevano essere rinchiusi nella mia valigetta di plastica e custoditi, all’insaputa del resto della famiglia, in un cassetto della mia stanza…
Sapevo bene che quando periodicamente le api bucavano gli opercoli, io le liberavo di volta in volta nel giardino senza temerne la puntura e soprattutto di nascosto da mio fratello, che altrimenti le avrebbe addormentate con l’alcool e sezionate per osservarle al microscopio…
Su nessun testo scolastico c’era scritto, poi, che quando semini nel giardino selvaggio di casa devi guardarti anche dalla tartaruga golosa e che, se non la sfami, è in grado di farsi fuori da sola tutto il raccolto in una mezza giornata di tua distrazione.
Su nessun libro di scuola ho mai letto della stagione in cui dagli alberi, invece dei frutti, cadono gli uccellini dai nidi e del fatto che devi riportarli alla loro mamma o allevare, liberi per il giardino e per la casa, quelli che restano orfani…
Sui libri le rose erano sempre descritte come i fiori più eleganti e profumati, ma io sapevo bene che la rosa rampicante, prima spoglia, d’improvviso si riempie di innumerevoli foglie e poi di una miriade di roselline bianche che a breve si trasformano in scrigni di ragni-granchio pronti a terrorizzare chiunque tenti di coglierle…
Nei racconti si parlava sì della caccia alle farfalle, ma regnava l’omertà sulla loro sorte successiva…
Io, invece, sapevo bene che erano rinchiuse in un barattolo di vetro sino a quando, stremate, erano liberate su qualche fiore per trarne nuovo vigore e godersi appieno la libertà riconquistata…
Sui libri di scuola la foto del bruco era sempre una e una sola. Io invece sapevo che c’erano angoli del giardino in cui passeggiavano bruchi con la pelliccia, altri in cui si appendevano i bruchi da farfalla, verdi con striature nere e arancioni, altri in cui strisciavano i millepiedi…
Nei testi si descriveva sempre la gioia procurata dal raccolto del grano ma mai quella che si provava nel nascondersi tra le spighe bionde indossando la metà di un pallone tagliato come elmetto e un papavero infilzato nella valvola come abbellimento…
Nei racconti sui testi scolastici le pecore pascolavano sempre serene e non accerchiavano per ore interminabili in modo minaccioso la casa…
Nei libri di scuola i pastori erano sempre buoni e accoglienti e non avrebbero mai disturbato il risposo con il rumore dei trattori o acceso dei fuochi per infastidire il vicinato…
Nei libri si affermava ripetutamente l’importanza di non dare confidenza agli sconosciuti ma non si prescriveva di rifugiarsi sul lettone della mamma quando c’erano i temporali forti per evitare che i fulmini squarciassero corpi inermi come pure era in passato già accaduto.
Sui libri di scuola le piante erano sempre tutte seriose e impostate.
Io invece sapevo che c’erano mesi in cui gli olivi diventavano goffi ballerini diretti dalle folate del vento, e mesi in cui la piracanta, vanitosa, si spogliava dei fiorellini bianchi per adornarsi di vistose bacche rosse…
Sui testi scolastici le stelle erano morte anni luce fa, la luna era sempre la stessa e il sole sorgeva a est e tramontava a ovest.
Io invece sapevo che di notte c’erano stelle, tante e ovunque e brillanti; sapevo che la luna, per qualche oscura ragione, ora ingrassava e ora si metteva a dieta; sapevo che c’erano tramonti e albe che coloravano il cielo ora alla mia destra ora alla mia sinistra a seconda del verso in cui percorrevo la stradina rincorrendo in bici mio fratello…
Sin da piccola non mi è mai importato che tutto potesse avere una causa, una origine, un perché e soprattutto una posizione diversa da quella che i miei occhi avevano visto e il mio cuore annotato.

La città più bella…

La città più bella è posta ai confini degli oliveti e ha l’ufficio postale “centrale” tradizionalmente collocato sulla “via del doloroso pianto, che porta al carcere, al convento e al camposanto”.
La città più bella ha antiche “stratodde”, ora violentate da autorizzazioni edilizie formalmente ineccepibili, e una piazza, un tempo vestita da rudi chianche, da qualche anno imborghesita con lastre di marmo eburneo…
La città più bella ha un “aseificio” (la cui C iniziale è mirabilmente celata da una forma di formaggio priva di un pezzo) e nel quale per assicurarsi una fuscella di ricotta ancora calda devi lottare entro le undici del mattino con sfrontate vecchiette, tanto ricurve quanto leste a passarti avanti..
La città più bella è quella in cui, se non opti per il liceo scientifico, prendi l’autobus per frequentare le superiori e nell’eterno tragitto interurbano digerisci i sogni con la tazzona di latte bollente e il pane duro che hai trangugiato di corsa alle 6 del mattino…
La città più bella ha un cartolaio, in cui se chiedi “i punti per cucitrici della serie 23-24” non ti guardano come uno straniero in terra straniera.
La città più bella ha un negozietto, di pochi metri quadrati, in cui trovi di tutto a patto di riuscire a descriverlo in italiano perfetto o in dialetto ineccepibile a uno degli storici addetti alla vendita.
La città più bella ha un susseguirsi di case alte massimo tre piani, ciascuna appoggiata fiduciosamente all’altra e ciascuna con la propria “rezza” in legno sull’uscio a protezione dagli e degli orecchie e occhi curiosi…
La città più bella ha tre gradini di pietra che portano a quella che era la casa della nonna e che io da bambina mi figuravo essere di panna e da cui mi divertivo a salire e a scendere più volte per ingannare vane attese…
La città più bella ha un caffè in piazza, che si narra in famiglia avesse l’insegna BAR, innovativamente breve e straniera, sagomata da mio nonno in persona che ne era il titolare…
La città più bella ha un castello, tra le cui mura di pietra mi figuravo spesso di proteggere la mia famiglia da tutto quanto il resto.
Nella città più bella c’è una casa le cui fondamenta sono state scavate su una roccia, il cui terrazzo è contornato con una sagoma astratta simile a vele che si dischiudono ai venti. A questa casa si giunge percorrendo una stradina che è posta giusto prima del cartello che segnala la fine del centro abitato e che, forse per questo, corre sorridente tra gli olivi per sbucare dinanzi al cancello in ferro battuto dipinto di rosso.
Questa casa di notte vive della luce della luna, così forte a volte da oscurare le miriadi di stelle che si esibiscono vanitose sempre in cielo, anche nelle notti di inverno.

falsa luce

Basterebbe una nuvola grigio perla per arredare il cielo
mentre il vento accarezza i primi germogli
intirizziti dall’aria gelida…
la natura invece invade ogni spazio con tutto il suo bagliore
e consuma il sole con una luce di una violenza indicibile
che si riverbera e rende ancora più buio qui dentro dove c’è solo ghiaccio e neve

viaggio in me dalla A alla Z

arruffata
accaldata
affumicata
bambina
buffa
bizzarra
colma
cruda
cotta
donna
desiderosa
danzante
empatica
estasiata
enfatica
girovaga
giocosa
gracile
hawaiana
hippie
horror
logorroica
luminosa
latente
minimalista
magica
memorabile
piccola
pronta
permanente
quatta
quotata
serena
stordente
straniata
tentata
tempestata
trasparente
unica
umile
utopica
vanitosa
verace
variabile
zingara
zoommata
zia

vana attesa

Gelo nell’aria,
cuore fermo,
battito calmo,
e intanto mi consumo…

Volti a me ignoti si scambiano informazioni,
irrilevanti per le mie orecchie stanche…
e, come una gatta, pazientemente attendo,
senza ciotola, però, e senza cesta…

Porte serrate in orari di ricevimento mi ammutoliscono
e non noto alcuna attenzione alla mia presenza né nei toni né nei contenuti.

Persino la finestra, che mi restituisce l’immagine del soffitto illuminato da neon invadenti, è impermeabile al mio sguardo…

Se potessi con la mia forza di volontà
sfascerei gli usci di queste persone solo con me silenti
per rendere meno vana la mia attesa!

Embolia

Elegante gomma lacca per sigillare le mie paure…

Impalpabile carta di riso per annotare i miei sogni…

nastri di raso per confezionare il passato…

E
sprofondare con tacchi a spillo nella vita,
aver fame d’aria tra le nuvole,
embolia!