Il portone

Il portone era collocato su di una breve scalinata di granito sospesa nel vuoto.
Non ho mai capito perché fosse sospesa… da piccola potevo infilarmici sotto senza difficoltà alla vana ricerca di tesori e l’estate scorsa, piegando solo un poco la testa, ci sono tornata per cercare di recuperare un anello di mia nipote ma non ci sono riuscita, pur avendo sfidato il ragno che penzolava allegro con famiglia al seguito nell’angolo. Di tanto in tanto mi figuro una bimba che lo scopre e esclama “mamma guardaaaa ho trovato un tesoro” e sento che in quel momento vorrei trovarmi lì per dire, sadicamente, “Portalo a tua cugina: è suo!”.
Il portone era in pino di Svezia con finitura trasparente, ma era esposto a nord e con il tempo il flatting si era eroso assieme alla vita di mio padre e era divenuto un po’ marcio, scuro, ammuffito.
Se lo guardavi da vicino, nelle venatura della parte bassa, potevi scorgerci il verde della muffa.
Segretamente in famiglia ci vergognavamo un po’ tutti di questo portone: così rugoso e malconcio sulla facciata dava subito l’idea di quell’austerità che invece avrebbe dovuto celare con fare maestoso.
Quell’estate mi prese la voglia di riportarlo all’antico splendore.
Mi davano della pazza, ma io sapevo di esserlo e non mi infastidiva più di tanto questa accusa.
La fatica più grande fu convincere mio padre a smontarlo: aveva altre cose da rimuovere da sé quell’anno e dormire senza portone in attesa che io mi dedicassi a questo capriccio non lo allettava per nulla.
Non so se i miei fratelli o la mamma, di certo non io, lo convinsero a rimediare una tavola enorme da porre al suo posto, certo è che l’ingresso sul retro divenne l’ingresso principale e io da pazza mi ritrovai restauratrice.
Il giorno dopo la rimozione del portone mi alzai presto per evitare la calura dell’estate che si riverberava anche sul lato nord della casa.
Protetta dal fresco del mattino potevo aprire di nascosto lo sverniciatore.
Avevo visto in passato come lo apriva Vincenzo e sapevo dove lo riponeva papà, e quella mattina, lì al fresco, mentre gli altri dormivano, decisi che potevo andare a prenderlo seguita dalla gatta, distrarla con i croccantini e rischiare da sola la vita e la vista in un solo momento aprendolo con una vecchia canottiera in disuso di papà, datami da mia madre con l’avviso “vedi che è cotone buono, poi quando finisci il lavoro rimettila a posto”.
Quella mattina coprii con cura il barattolo con questo panno, voltai il viso a sinistra, serrai le palpebre e poi ruotai il coperchio con il cuore a mille.
Quando sentii il “ffffff” dell’aria che si intrometteva nello spazio sotto il coperchio aprii gli occhi, riportai lo sguardo verso il tappo, lo rimossi e poi restai un attimo a fissare questa sostanza gelatinosa in attesa che le palpitazioni si calmassero.
Mi concentrai sulla sua consistenza all’apparenza innocua e per un attimo desiderai immergerci una mano. Il suo odore rancido mi riportò però alla mente il potere corrosivo di questa sostanza più e più volte descritto da mio padre con esempi quasi gotici, che mi apparivano vividi come vissuti in prima persona.
Io quell’estate ci credevo in quello che stavo facendo, e con un pennello vecchio tutto arruffato presi quella gelatina e la distribuii sul portone.
Poi diedi da mangiare alla tartaruga, innaffiai i gerani e quando tornai il miracolo era compiuto: si erano formate diverse bolle d’aria sul portone segno che potevo iniziare rimuovere la vernice – o quel che ne restava- con un raschietto che ripetutamente ripulivo con stracci logori che avrei potuto buttare subito via.
Quando finii la sverniciatura e gli altri ormai svegli mi cercarono, non mi toccò nessuna gloria ma solo un secco rimprovero di mio padre: “Non ci devi scherzare con questo barattolo che può esplodere e quando lo apri se ti schizza nell’occhio lo perdi”.
Non mollai…
Non mollai neppure quando, per lavare per bene il portone con la pompa del giardino e rimuovere i residui dello sverniciatore, sporcai, senza mettere in conto che del pavimento era sorvegliante mia madre, tutto il porticato con l’aiuto di mio fratello che “ti dò una mano io, ti alzo il portone così tutto lo schifo scivola a terra”…
Non mollai neppure quando, lasciato asciugare il portone per una intera giornata di sole, mi accorsi che la vernice residua si era trasformata in un mosaico di cristalli che andavano rimossi a mano con la cartavetrata alla ricerca del “legno vivo”…
Legno vIvo, sì, “vivo”… perché il “legno vivo non è disomogeneo nel riflettere la luce” e “se ti metti controluce lo vedi che non hai finito e c’è un sacco di vernice qui e là che brilla”…
Sapevo bene di non poter usare la smerigliatrice perché vi erano diverse modanature e sapevo che questo aveva fatto scuotere la testa a tutta la famiglia che mi vedeva troppo piccola per sconfiggere questo mostro ammuffito.
Io invece ci parlavo col portone e in segreto gli avevo strappato la promessa che mi avrebbe fatto fare bella figura se solo non avessi mollato e io gli avevo creduto.
C’ero io e c’erano i gatti a testimoni.
Di giorno in giorno mi illudevo che il portone, umido per la notte, si facesse scartavetrare quasi volentieri al mattino e che presto mi avrebbe premiato per la mia perseveranza, per le ferite che mi si aprivano sulle mani con la polvere di vernice mista ai granuli cristallini di vetro della carta, per il sangue che bloccavo, premendo le ferite sul retro telato della carta, per non farmi dire che non fosse roba per me e dovessi smettere…
Come io sia riuscita a togliere alla fine quei cristalli non l’ho mai capito.
So solo che quando non ne potevo più del loro sberluccichio, che resisteva anche alla carta vetrata telata e per metallo, questi cristalli iniziavano inspiegabilmente a sbriciolarsi al semplice sfioramento di quella stessa carta vetrata cui avevano opposto testarda resistenza fino a poco prima, a dimostrazione del fatto che a essere troppo rigidi si crolla d’improvviso, per un niente e come un non nulla.
Lo trovai infine il legno vivo, lo trovai, anche sotto la muffa della base, che rimossa, lasciò tra le venature dei solchi simili a letti di un fiume in secca.
Il legno vivo, però, con tutti questi trattamenti cui era stato sottoposto si rivelò poroso, opaco, fragile… e “non va bene, così! Se ci metti l’impregnante ti viene fuori a macchie”.
Presi allora a lucidarlo pazientemente con rotoli di lana di vetro e sentii il legno compattarsi e riprendere consistenza, forza, dignità, brillantezza. Lo sentii profumare di pino appena tagliato, di nuovo, di fresco, di giornata settembrina subito dopo la pioggia.
Ero contenta!
Ci pensò però la prima mano di impregnante a tramutare la gioia in terrore, perché al passaggio del pennello il colore del legno, in modo imprevedibile e imprevisto, virò verso un rossiccio inatteso che nessuno aveva messo in conto e nessuno si ricordava.
Ma non mollai e, fingendo indifferenza, diedi la prima mano di flatting trasparente, diluita così tanto da mio padre che avevo l’impressione che il legno la bevesse man mano.
Ero soddisfatta e compiaciuta e mi illusi di aver terminato il lavoro fino a quando non lo sottoposi alla valutazione di mio padre, che mi fece notare che dovevo eseguire ancora numerose stuccature…
Sperimentai allora la pazienza.
Dovetti innanzitutto mescolare con mio padre la terra di Siena allo stucco bianco per trovare il punto di colore che sarebbe andato bene non tanto al portone quanto a mia madre, perché “no, così si nota troppo! così è troppo chiaro!”.
Assieme alla pazienza scoprii la frustrazione per lo schiarimento che subiva lo stucco colorato in modo artigianale nel passare dallo stato bagnato a quello asciutto.
Appresi allora che la pazienza va di pari passo con la fiducia incosciente e mi convinsi che se non avessi creduto che il colore da asciutto quella ennesima volta sarebbe stato perfetto non avrei perseverato di mattino in mattino in quegli assurdi tentativi.
Dopo giorni alla vana ricerca del risultato, scoprii con mio padre che la tinta che ci occorreva corrispondeva al punto di saturazione dello stucco, che sarebbe quel punto in cui lo stucco ne ha talmente abbastanza dei tuoi tentativi che non cambia più colore anche se aggiungi colorante.
Fu dinanzi al barattolo di stucco saturo che pensai che ne avevo abbastanza anche io.
Sperimentai allora il rimpianto di aver iniziato qualcosa che pareva non finire mai e, nella ricerca del ritocco perfetto, pensai che quasi quasi se ci lasciavo la muffa era meglio, che di quella nessuno si era mai lamentato apertamente…
Ma neppure allora mollai.
Non mollai neppure quando scoprii che dovevo fare conti con la variabile acqua e umidità ambientale e con l’assioma per cui se allunghi lo stucco con troppa acqua per facilitarne l’applicazione ti ritrovi a fare i conti con il passaggio da “guarda sembra perfetto” di un giorno al “guarda si è ritirato troppo e crepato” del giorno seguente.
Mi adoperai a dosare l’acqua con una vecchia siringa, e mi illusi persino di aver trovato una proporzione precisa tra un tot di cucchiaini di stucco e un tot di millilitri di acqua, che in realtà mi ritrovavo a ritoccare sempre in itinere e a caso.
Appresi allora che l’esperienza vale di più di una misura.
Dovetti poi “sgrassare” i ritocchi, cioè rifinire con la cartavetrata sottile le stuccature e raccogliere la polvere residua con uno scampolo di federa umido e, finalmente, quando ormai non mi domandavo più quando avrei terminato, la fine giunse: diedi la seconda e la terza mano di flatting e vidi il portone, che non aveva più sete di altra finitura, che brillava, perfetto nell’imperfezione dei ritocchi artigianali di una pazza restauratrice d’estate.
Solo allora, quando non ci speravo più, mi venne concesso all’unanimità che fosse finalmente rimontato, sebbene “un po’ troppo rosso forse, ma poi il tempo sistema tutto vedrai”.

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Questa è l’ora che più mi appartiene

E’ buio pesto fuori e sono rifugiata sotto il piumone bianco con la luce accesa.
Questo è l’orario in cui tu sogni e io vivo.
Che voglia di afferrare tutto ciò che non mi appartiene e darlo via, ma non si può, mi dicono. Per cui mi frammento come la mia ombra, proiettata sulla parete affollata di questa stanza caotica.
Quando ero piccola per migliorare la mia fisicità mi era sufficiente regolarne l’ombra in base alla distanza dalla sorgente di luce: in un attimo potevo trasformarmi in una snella ballerina alta dalle dita affusolate e lunghe.
L’incantesimo avveniva tutte le sere sulle piastrelle del bagno blu e io d’improvviso non ero più bassa né goffa, ma leggera, sinuosa, elegante…
Non riesco a ricordare quando sia successo, certo è che un giorno quella parete non l’ho cercata più.
Da allora le mie ombre si sprecano e, tutte accartocciate su oggetti mal riposti, non trovano spazio per danzare.
Solo di tanto in tanto, nelle giornate di sole, le puoi ritrovare d’improvviso correre per la strada ai miei piedi, allegre, lunghe e belle come nella mia infanzia, ma, ormai prive della protezione di quelle quattro mura, si dileguano alla prima goccia di pioggia.

Crescere

In riva al tempo
Raccolgo ricordi
E ci riempio barattoli…
Ogni tanto ne porto uno al cuore
Per rammentarne lo sciabordio dei sorrisi
Persi sul fondale delle mie paure più profonde
E ne scaturiscono lacrime amare,
Che inaridiscono il volto,
E tremolii del corpo,
Che curo con…
I tuoi baci!

Regressione e progressione

Se mi stendo tossisco e a ogni colpo di tosse corrisponde una convulsione del corpo, ormai in autogestione.
Il letto è un misto tra fazzoletti e romanzi, il cuscino è ora troppo soffice, ora troppo rigido.
Vorrei articolare qualche suono, ma le corde vocali sono come sigillate e i polmoni sono in grado appena di sfiatare come una zampogna rotta.
A ogni mio sforzo nel respiro segue una risposta asmatica.
Da giorni sono ferma, quasi immobile, eppure mi sento stremata.
Stremata come quella volta che sono arrivata su in vetta dopo tanto scalare, ma invano cerco in me un panorama mozzafiato, un cielo turchese, un rifugio in cui trovare ristoro.
Sento una forte pressione nella testa dall’interno verso l’esterno: ecco, qui dentro, nella mia fronte, in corrispondenza dello spazio tra gli occhi. Il mio terzo occhio è bloccato, pensieri troppo cupi fanno eco nella mia scatola cranica vuota d’altro.
Mi sento imprigionata in questo corpo disobbediente che mi comanda.
Io sono stufa! Stufa degli antibiotici, dell’aerosol, delle pozioni erboristiche, stufa delle notti stanche, dei giorni lenti!
Mi sento priva di ogni autonomia, come in un grembo materno, ma non appagata, non protetta.

Tu, invece, sornione, mi porgi una cioccolata fumante corretta con grappa e, facendoti beffa della mia mania di respingere l’alcool, mi doni la prima notte di sonno profondo dopo tante in bianco, rendendomi nuovamente presente ai miei giorni.

Quello che i libri non dicono

Alle medie mi fu segnato come errato un disegno dal tema “Il tramonto” in cui avevo rappresentato il sole a destra del foglio e a nulla servì spiegare che avessi visto quel tramonto meraviglioso correndo in bici con mio fratello lungo la stradina di casa e che il sole, ero sicura, fosse alla mia destra: per la scuola l’inquadratura del disegno sarebbe dovuta essere standard e non si ammettevano eccezioni…
A scuola contavano nozioni, tabelline, teoremi…
Sui libri di scuola non risultavano gazze da imboccare con un dito o una “paperella” con il bavaglino e con cui condividere yogurt o sottilette…
Sui testi di scuola gli uccellini erano sempre in un nido, nutriti dalle mamme che svolazzavano sopra e le paperelle erano indicate come “oche” o “anatre” e non indossavano nessun abbigliamento umano…
Sul libro di storia non c’era traccia delle battaglie che combattevo ogni stagione contro la natura e nelle lezioni di primo soccorso non insegnavano a tirar le foglie per soccorrere le formiche in fuga dai formicai inondati dai miei fratelli dispettosi…
In nessun testo di scienze trovai mai affermata la possibilità che le api potessero essere allevate in un cassetto e anzi ovunque si sottolineava quanto potesse essere pericolosa la puntura di un’ape…
Io invece sapevo per certo che diversi alveari scaraventati a terra dal vento impertinente erano da me periodicamente spostati a mani nude sul pavimento vicino al pozzo rivestito di marmo e così liberati dalle formiche, che disorientate se ne allontanavano senza nulla pretendere…
Io sapevo anche che questi alveari potevano essere rinchiusi nella mia valigetta di plastica e custoditi, all’insaputa del resto della famiglia, in un cassetto della mia stanza…
Sapevo bene che quando periodicamente le api bucavano gli opercoli, io le liberavo di volta in volta nel giardino senza temerne la puntura e soprattutto di nascosto da mio fratello, che altrimenti le avrebbe addormentate con l’alcool e sezionate per osservarle al microscopio…
Su nessun testo scolastico c’era scritto, poi, che quando semini nel giardino selvaggio di casa devi guardarti anche dalla tartaruga golosa e che, se non la sfami, è in grado di farsi fuori da sola tutto il raccolto in una mezza giornata di tua distrazione.
Su nessun libro di scuola ho mai letto della stagione in cui dagli alberi, invece dei frutti, cadono gli uccellini dai nidi e del fatto che devi riportarli alla loro mamma o allevare, liberi per il giardino e per la casa, quelli che restano orfani…
Sui libri le rose erano sempre descritte come i fiori più eleganti e profumati, ma io sapevo bene che la rosa rampicante, prima spoglia, d’improvviso si riempie di innumerevoli foglie e poi di una miriade di roselline bianche che a breve si trasformano in scrigni di ragni-granchio pronti a terrorizzare chiunque tenti di coglierle…
Nei racconti si parlava sì della caccia alle farfalle, ma regnava l’omertà sulla loro sorte successiva…
Io, invece, sapevo bene che erano rinchiuse in un barattolo di vetro sino a quando, stremate, erano liberate su qualche fiore per trarne nuovo vigore e godersi appieno la libertà riconquistata…
Sui libri di scuola la foto del bruco era sempre una e una sola. Io invece sapevo che c’erano angoli del giardino in cui passeggiavano bruchi con la pelliccia, altri in cui si appendevano i bruchi da farfalla, verdi con striature nere e arancioni, altri in cui strisciavano i millepiedi…
Nei testi si descriveva sempre la gioia procurata dal raccolto del grano ma mai quella che si provava nel nascondersi tra le spighe bionde indossando la metà di un pallone tagliato come elmetto e un papavero infilzato nella valvola come abbellimento…
Nei racconti sui testi scolastici le pecore pascolavano sempre serene e non accerchiavano per ore interminabili in modo minaccioso la casa…
Nei libri di scuola i pastori erano sempre buoni e accoglienti e non avrebbero mai disturbato il risposo con il rumore dei trattori o acceso dei fuochi per infastidire il vicinato…
Nei libri si affermava ripetutamente l’importanza di non dare confidenza agli sconosciuti ma non si prescriveva di rifugiarsi sul lettone della mamma quando c’erano i temporali forti per evitare che i fulmini squarciassero corpi inermi come pure era in passato già accaduto.
Sui libri di scuola le piante erano sempre tutte seriose e impostate.
Io invece sapevo che c’erano mesi in cui gli olivi diventavano goffi ballerini diretti dalle folate del vento, e mesi in cui la piracanta, vanitosa, si spogliava dei fiorellini bianchi per adornarsi di vistose bacche rosse…
Sui testi scolastici le stelle erano morte anni luce fa, la luna era sempre la stessa e il sole sorgeva a est e tramontava a ovest.
Io invece sapevo che di notte c’erano stelle, tante e ovunque e brillanti; sapevo che la luna, per qualche oscura ragione, ora ingrassava e ora si metteva a dieta; sapevo che c’erano tramonti e albe che coloravano il cielo ora alla mia destra ora alla mia sinistra a seconda del verso in cui percorrevo la stradina rincorrendo in bici mio fratello…
Sin da piccola non mi è mai importato che tutto potesse avere una causa, una origine, un perché e soprattutto una posizione diversa da quella che i miei occhi avevano visto e il mio cuore annotato.

La città più bella…

La città più bella è posta ai confini degli oliveti e ha l’ufficio postale “centrale” tradizionalmente collocato sulla “via del doloroso pianto, che porta al carcere, al convento e al camposanto”.
La città più bella ha antiche “stratodde”, ora violentate da autorizzazioni edilizie formalmente ineccepibili, e una piazza, un tempo vestita da rudi chianche, da qualche anno imborghesita con lastre di marmo eburneo…
La città più bella ha un “aseificio” (la cui C iniziale è mirabilmente celata da una forma di formaggio priva di un pezzo) e nel quale per assicurarsi una fuscella di ricotta ancora calda devi lottare entro le undici del mattino con sfrontate vecchiette, tanto ricurve quanto leste a passarti avanti..
La città più bella è quella in cui, se non opti per il liceo scientifico, prendi l’autobus per frequentare le superiori e nell’eterno tragitto interurbano digerisci i sogni con la tazzona di latte bollente e il pane duro che hai trangugiato di corsa alle 6 del mattino…
La città più bella ha un cartolaio, in cui se chiedi “i punti per cucitrici della serie 23-24” non ti guardano come uno straniero in terra straniera.
La città più bella ha un negozietto, di pochi metri quadrati, in cui trovi di tutto a patto di riuscire a descriverlo in italiano perfetto o in dialetto ineccepibile a uno degli storici addetti alla vendita.
La città più bella ha un susseguirsi di case alte massimo tre piani, ciascuna appoggiata fiduciosamente all’altra e ciascuna con la propria “rezza” in legno sull’uscio a protezione dagli e degli orecchie e occhi curiosi…
La città più bella ha tre gradini di pietra che portano a quella che era la casa della nonna e che io da bambina mi figuravo essere di panna e da cui mi divertivo a salire e a scendere più volte per ingannare vane attese…
La città più bella ha un caffè in piazza, che si narra in famiglia avesse l’insegna BAR, innovativamente breve e straniera, sagomata da mio nonno in persona che ne era il titolare…
La città più bella ha un castello, tra le cui mura di pietra mi figuravo spesso di proteggere la mia famiglia da tutto quanto il resto.
Nella città più bella c’è una casa le cui fondamenta sono state scavate su una roccia, il cui terrazzo è contornato con una sagoma astratta simile a vele che si dischiudono ai venti. A questa casa si giunge percorrendo una stradina che è posta giusto prima del cartello che segnala la fine del centro abitato e che, forse per questo, corre sorridente tra gli olivi per sbucare dinanzi al cancello in ferro battuto dipinto di rosso.
Questa casa di notte vive della luce della luna, così forte a volte da oscurare le miriadi di stelle che si esibiscono vanitose sempre in cielo, anche nelle notti di inverno.

falsa luce

Basterebbe una nuvola grigio perla per arredare il cielo
mentre il vento accarezza i primi germogli
intirizziti dall’aria gelida…
la natura invece invade ogni spazio con tutto il suo bagliore
e consuma il sole con una luce di una violenza indicibile
che si riverbera e rende ancora più buio qui dentro dove c’è solo ghiaccio e neve